Avevo aperto ed impostato quest'argomento su un piano completamente diverso rispetto a quello che si è venuto via via delineando. E' probabile che, anzi è certo, che basando il concetto di democrazia essenzialmente sulla capacità dei ciclisti di far gruppo e socializzare, esso mal si sposasse con l'ambito delle reclinate.
Nel contempo però ho osservato e ragionato con estremo interesse sulle considerazioni via via fatte, soprattutto da Sdraio a Pedali. Effettivamente non avevo pensato agli altri risvolti descritti e che renderebbero così democratica la bicicletta. In buona parte li ho già fatti miei in maniera convinta.
L'unica cosa che mi ha sconcertato e che non mi convince appieno è il tentativo di dipingere un'organizzazione sociale dove tutto sia a portata di gambe o al massimo di pedale.
Utopica e difficilmente realizzabile, secondo me.

Non mi chiedete perché; non sono né un sociologo e né tantomeno un economista. Ad occhio, semplicemente mi da l'idea che i costi globali che graverebbero sulla società, necessari per far fronte ad una organizzazione del genere, sarebbero di gran lunga superiori a quelli da sostenere per l'odierno uso coatto dell'automobile e dei mezzi di trasporto. A meno di non tornare al modello di società contadina ed artigiana di una volta.
Credo invece fermamente e spero in una rivoluzione, in parte già in atto, tendente a riconsegnare le aree urbane ad uno stile di vita più umano nel quale la bicicletta, insieme ai pedoni, diverrà caratteristica principale del paesaggio cittadino.
Voi soprattutto ed io almeno in parte, ne siamo gli attuali interpreti e testimoni.
Ciò avverrà non per volontà diretta ma per la costrizione determinata dal venir meno delle risorse fossili e della conseguente perdita di importanza delle voraci multinazionali dei combustibili e delle auto. A meno che con l'occasione, al pari di un mostro con più teste, tagliata via una, esse subiscano una mutazione che ci riconsegni le stesse scatolette ma con un motore diverso.
Argomento complicatissimo comunque, al di là della mia portata.

Per me, già fare in maniera convinta la mia parte di rivoluzione, piuttosto che immaginare scenari ed equilibri futuri, è già sufficiente.
Permettetemi ora di voltare un attimo pagina per dirvi che riscontro, sempre parlando di me (scusate), essendo io abituato anche mentalmente all'uso della bicicletta ed al percorrere con essa chilometri e chilometri, una cosa molto curiosa: l'abitudine a misurare le distanze in modo diverso da coloro che usano solo l'auto.
Vi racconto un aneddoto.
Giorni or sono dovevo portare l'auto dal meccanico per una sostituzione in garanzia ma, come al solito, non avevo nessuno che mi accompagnasse. Di solito carico una bici in macchina e ne approfitto per andarmi a fare un giretto. Per andarla a riprendere, stessa storia, ma al contrario chiaramente.
L'officina dista quattro chilometri da quì ed il tempo minacciava acqua. Non è stato difficile per me decidere di farmela a piedi e con estremo piacere in entrambe le occasioni. Niente di eccezionale direte giustamente; ma a sentire sia le reazioni del meccanico che di un mio vicino che m'ha visto uscire, il fatto, considerate le abitudini di oggi, ha assunto connotati fuori dal comune.

Non è finita.
Al ritorno, volendo, si può passare accanto ad una vecchia villa seicentesca contornata da un bosco.
Nei pressi, appena al di là di un tratto di rete semidivelta, svettavano tre stupende mazze da tamburo. Per chi non le conoscesse, dirò che sono dei funghi prelibati che, chiaramente, io ho raccolto e che sono diventati ingredienti del sugo per la pasta di quel giorno.
Ecco, al di là del particolare che la pasta era buonissima, quando mai avrei avuto un contatto così ravvicinato con la natura e la mia essenza di essere vivente se quel percorso l'avessi fatto in macchina?

Salutiamo
Bepi